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La compagnia americana Monsanto, nota per avere prodotto il primo raccolto geneticamente modificato ha recentemente ammesso, per voce di uno dei suoi esecutivi più autorevoli, in un articolo apparso sul quotidiano inglese The Independent, che l’attuale fase di stallo nel processo di penetrazione dei mercati della loro tecnologia sarebbe dovuto ad un loro ingenuo eccesso di fiducia nella bontà di tale tecnologia.

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Hugh Grant sostiene che la Monsanto avrebbe dovuto pagare maggiore attenzione alla preoccupazione dei potenziali clienti in rispetto alla salubrità dei prodotti alimentari ottenuti attraverso la modifica dei geni di piante e semi promossa dalla multinazionale da quando questa particolare tecnica è stata introdotta prima negli USA 20 anni fa poi globalmente in tempi più recenti.

In particolare il dirigente della Monsanto ritiene che la compagnia abbia commesso un grave errore non riformulando il marchio OGM dopo che questo ha subito attacchi e demonizzazione sui media di mezzo mondo a seguito del fallimento nella commercializzazione dei suoi prodotti in gran parte dei mercati europei.

“A meno che l’attitudine pubblica nei confronti dei prodotti geneticamente modificati non cambi in tempi brevi – continua il signor Grant – non saremo in grado di sfamare una popolazione umana in costante crescita” – e conclude affermando che – “non c’e’ mai stata molta fiducia da parte dei consumatori nei prodotti alimentari originati dalle grandi multinazionali, in particolare, di quelle americane, mentre invece nei paesi in via di sviluppo ci sarebbe proprio bisogno di un rinnovamento su questo versante”.

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Hugh Grant si cala innocentemente nel mezzo al dibattito sui metodi e sugli esiti della tecnologia promossa dalla Monsanto asserendo che forse avrebbero dovuto posizionarsi maggiormente dalla parte di chi, al supermercato, continua ad esercitare una qualche scelta relativa all’acquisto o meno di cibo ottenuto con la controversa tecnica e considerare l’ipotesi che questi ultimi NON desiderano nutrirsi con alimenti largamente ritenuti innaturali e dannosi alla salute.
Secondo questo gentiluomo, nelle comunità dei produttori agricoli deve ancora essere fatto molto per spiegare ai consumatori da dove viene il cibo che acquistano e quanto reale sia la necessità di continuare a produrne sempre in maggiori quantità per soddisfare tutti.
Per fare questo occorre continuare a lavorare proprio come la Monsanto avrebbe fatto finora, attenendosi cioè ai dati scientifici forniti dai programmi di ricerca accreditati e alle regole imposte ai grandi produttori dai governi centrali.

L’atto di ingaggiare in un confronto sulla questione con le popolazioni a rischio di vedersi imposte determinate tecniche di produzione del cibo appare come un esercizio “astratto” al dirigente della multinazionale, il quale insiste che “ di compagnie come la nostra non potremo fare a meno se intendiamo combattere la fame nel mondo “.
Secondo alcune proiezioni attendibili basate sui livelli di crescita nella produzione di cibo da parte dell’agricoltura industriale negli ultimi 15 anni, circa il 70% di questo proviene dalla conversione a terreno agricolo di porzioni di territorio fino ad allora destinato ad un uso differente.

Nei prossimi 30/40 anni la popolazione umana mondiale passerà dagli attuali sei a nove miliardi di individui. Questi dati inequivocabilmente suggeriscono l’ipotesi che il mondo ( dice la Monsanto ) non potrà farcela senza le biotecnologie e senza la ……..Monsanto

La speranza in un possibile cambio di rotta, si augurano alla Monsanto, risiede nella possibilità che si riesca a trovare un consenso tra gli ambientalisti che si oppongono al cibo geneticamente modificato e le grandi imprese che hanno i mezzi per produrne in quantità sufficienti.

“Fate un passo indietro e mettete a fuoco la situazione senza ridicoli pregiudizi e punti presi, pensate ai vostri figli e ai vostri nipoti, come riusciranno a farcela senza di noi?
Come sarà il mondo senza biotecnologie applicate alla produzione alimentare?”si chiede Hugh Grant rivolgendosi alla platea di attivisti europei, augurandosi che le lobbies da essi formate, le quali per anni si sono opposte aspramente all’impiego e alla commercializzazione dei prodotti marchiati Monsanto per massimizzare i raccolti, riescano a fornire una alternativa valida alla soddisfazione del crescente fabbisogno alimentare del pianeta.

2186415_origDa una prospettiva altra e, come dire, antisistema, dalla prospettiva di chi crede nell’affermazione di un economia reale basata sulla sussistenza piuttosto che sull’accumulazione , noi diciamo che l’alternativa alla devastazione dell’ambiente e della salute di chi ci vive è una e semplice: scegliere Vegan.

Rinunciare cioè ad allevamenti intensivi i quali comportano deforestazione, abuso delle risorse idriche e sofferenza indicibile per miliardi di individui senzienti non umani.

Scegliere Vegan per destinare al 100% le ricchezze nutritive della terra al consumo umano piuttosto che alla produzione di cibo per gli altri animali ridotti in schiavitù dagli allevatori. Nati per loro volere, nati per soffrire.

Scegliere Vegan per rendere questo mondo un posto migliore per tutti, umani e non umani,  dove nessuno di loro si ritira per la notte  con la pancia vuota o con lo stomaco troppo pieno, un mondo dove sentimenti come la solidarietà intra e inter specifica sono condivisi e tramandati di generazione in generazione, un mondo dove la compassione e il senso di giustizia trionfa sull’indifferenza e sull’ingordigia, valori tipici dell’attuale modello capitalistico.

La rivoluzione vera comincia dalla forchetta e continua nel quartiere, per le strade e nelle scuole. Il cambiamento evolutivo e definitivo in termini antropologici è possibile.

Non vogliamo nè la Monsanto né le atre grandi corporazioni globali nei supermercati né altrove, infatti non vogliamo i supermercati, simbolo di un consumismo scellerato che ci distanzia sempre più dalla possibilità di non divenire noi stessi merce da manipolare e da piazzare, al ribasso, al migliore offerente.

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http://youtu.be/VGczSNf9Uck

Alcune delle impressioni ricavate durante la nostra partecipazione ad EcoCompatibilmente Fest http://www.compartir.it/eco/ a Castell’Azzara ( GR ) un evento al quale abbiamo contribuito con una presentazione sulla filosofia antispecista ripresa e rielaborata dalla pubblicazione Proposte per un Manifesto Antispecista http://www.manifestoantispecista.org/web/.

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Il dibattito che ha seguito la presentazione ci ha messo di fronte a due criticità.

La prima riguarda il concetto di Etica e la differenza che corre tra l’utilizzo di questo valore a livello individuale come azione morale e virtuosa e la comune interpretazione che si rende a questo valore fuori dalla sfera individuale, l’Etica Pubblica.

Per Aristotele l’Etica era una “scienza normativa” , la scienza del Bene che prevale sul Male, o meglio il giudizio morale espresso su di una azione, una idea, un sentimento.
Secondo il pensiero di Kant è etico ciò che obbedisce alla “legge morale” emanata dalla nostra Ragione.

Secondo il primo tra i filosofi che hanno coniugato timidamente il concetto di Etica declinata agli altri Animali, Jeremy Bentham ( il quale comunque nei suoi scritti si esprimeva in maniera decisamente ambigua in rispetto al riconoscimento della soggettività di questi ultimi) si può dire etico tutto ciò che è “utile” al benessere del maggior numero di persone, insomma le azioni “buone” sono quelle che creano “felicità”, dove per “piacere” si intende una condizione di mancanza di dolore.

A noi pare che la produzione di una “Etica Pubblica” sia ad esclusivo monopolio delle classi e delle elite che si susseguono nell’amministrazione del potere ( la cosidetta ragion di Stato ) e che mai, in quanto attivisti per la liberazione animale, obiettivo il quale quale per noi equivale ad una liberazione più generale, si discosterà da pratiche di convalida dei peggiori regimi di sfruttamento immaginabili ( gli allevamenti, i mattatoi, i laboratori della ricerca, l’industria dello spettacolo ) dove gli schiavi “altro che umani “ languiscono e periscono a decine di miliardi ogni anno.

Comprendiamo quindi che se non si desidera o non si riesce a mettere in discussione l’intero apparato che ci opprime, laddove vorremmo solo sostituire questo o quell’elemento del Sistema con qualcosa di maggiormente e comunemente accettabile, riuscirà praticamente impossibile far prevalere un senso di etica personale ad uno condiviso, quello dell’Etica Pubblica, in quanto disciplina univoca e incontrastata.

Noi crediamo che l’Etica Pubblica al momento attuale, dati i mezzi a nostra disposizione, sia immodificabile, non riusciremmo a penetrarla, le nostre idee di liberazione sono di scarsa presa e di ridotto accesso alle istituzioni ( la Famiglia patriarcale, la Scuola, il mondo produttivo, il Capitale ) che giorno per giorno la rigenerano e la mantengono qualitativamente apprezzabile agli occhi del cittadino/consumatore.

Quella che Annamaria Manzoni, nella sua prefazione all’edizione italiana di “Perché Amiamo i cani, Mangiamo i maiali e Indossiamo le mucche” di Melanie Joy http://www.sonda.it/perche-amiamo-i-cani-mangiamo-i-maiali-e-indossiamo-le-mucche/ chiama la “dittatura della consuetudine”, appare come un moloc culturale che imprime alle masse una cecità totale in rispetto al fenomeno pervasivo e brutale dello sfruttamento degli Animali da parte dell’industria alimentare, la quale da sola è responsabile del 98% delle efferatezze che si compiono contro gli Animali.
I corpi degli ultimi tra gli ultimi, degli Animali che a miliardi vengono “processati” negli stabilimenti e negli impianti del mondo sono invisibili, nel senso che la loro angoscia e la loro immane sofferenza lo sono. Il transito dei loro corpi in questa dimenzione terrena passa assolutamente inosservato.
Ci accorgiamo di loro solo quando i pezzi di carcassa e le loro membra  vengono serviti a tavola, a quel punto per loro è già troppo tardi , così come è già troppo tardi per la maggioranza dei consumatori associare quei pezzi di carne all’Animale che era. Niente cambierà per le future vittime di tale infame equazione.

Come crederemmo possibile costruire un principio di Etica Pubblica in questo scenario?

Noi attivisti ci proviamo in maniera vivida mostrando cosa accade agli Animali nei luoghi del terrore in cui l’Umano padrone li costringe ed esigendo che le persone prendano atto che acquistando determinati prodotti diventano essi stessi complici di quel massacro, della strage quotidiana che non ha più nessuna ragione di continuare se non il motivo di coloro i quali traggono un profitto economico in tale processo.

Parafrasando la Manzoni “ l’atto di mangiare Animali, nelle nostre coscienze, ha assunto i caratteri della normalità (…) di un comportamento naturale e necessario”.

Per ora possiamo quindi eludere la questione dell’Etica Pubblica: non ci appartiene, non  è possibile identificarci con essa.

La seconda criticità emersa a seguito del dibattito a margine della presentazione sull’Antispecismo svoltasi a Castell’Azzara il 22 Giugno 2014 è quella relativa al senso di pesantezza e di fatica che l’atto di proporre un simile argomento, questa filosofia di vita che mira alla modifica radicale dell’esistente, procura sia a coloro che lo espongono che a quelli che dovrebbero recepirlo.
La manifestazione di una volontà e le azioni che distinguono la costruzione di una società aspecista è impresa che va oltre l’atto di “rivoluzionare ciò che è” – le nostre idee mettono sotto accusa l’intera civiltà umana fondata sulla domesticazione degli altri animali, sullo sfruttamento intensivo loro e del suolo e, più recentemente, con l’ausilio della tecnologia soprattutto medica, sulla biopolitica o meglio sulla gestione e sul controllo della vita cosciente tutta ( inclusa quella umana).

Noi crediamo che l’unico modo per liberarci dall’oppressione e per restituire agli altri Animali la possibilità di sottrarsi alla infernale dinamica che li vede vittime in una costante riduzione a merce di scambio sia, appunto, combattere lo Specismo.

L’autore e attivista Massimo Filippi nel suo Natura Infranta http://oltrelaspecie.blogspot.it/2013/04/libri-natura-infranta-dalla.html sostiene che questa ideologia non rappresenta ulteriore atto di soggezione al pari di altri, ma è l’oppressione in quanto tale e per questo così difficilmente estirpabile, per questo non un semplice pregiudizio.
Sempre riprendendo Filippi, lo Specismo è essenziale alla stabilità materiale e simbolica della società umana.

Queste in sintesi, riteniamo che siano le ragioni per cui risulta “così difficile” e pesante parlarne, è necessario quindi continuare a farlo.

Un ringraziamento per la loro energia e per l’entusiasmo a Anna, Damiano, Gennaro e Salvo. Arrivederci a EcoCompatibilmente 2015.

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L’autore Jim Mason nel suo “Un mondo sbagliato” http://www.sonda.it/un-mondo-sbagliato/ definisce la vivisezione un rituale moderno e sofisticato dell’ideologia del dominio per affermare la superiorità non soltanto degli umani su tutto il mondo vivente, ma di alcuni di loro su tutti gli altri.
Mason si riferisce alla classe medica, ai chirurgi, ai professoroni, i quali percepiscono se stessi quasi come degli eroi in terra, esperti di pratiche e di culti religiosi laici ( la medicina e più in generale la scienza appunto), una questione di ego che ha riguardato le discipline scientifiche da così a lungo da quando, in quanto specie, abbiamo cominciato ad esercitarci con la Ragione come opposto alla nostra innegabile animalità..
La competizione con la Chiesa da parte della Scienza in fatto di “salvezza umana” ha visto nei secoli il prevalere dei paladini dedicati a quest’ultima in quanto sono riusciti a dimostrare in maniera maggiormente diretta e pratica quanto le loro competenze riescano a “farci stare meglio” e a “salvare i nostri figli” https://www.uaar.it/ateismo/opere/33.html

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Ecco che allora, almeno nell’occidente del mondo, l’ossessione della medicina che rimedia ad ogni male si è radicata al punto da far credere alla maggioranza dei suoi adepti che sia legittimo o addirittura conveniente ingaggiare in ogni tipo di attività, mettendo a rischio la loro salute “tanto poi vado dal medico che mi curerà con qualche medicina portentosa”.
Le nostre visite dal medico sono tra le più frequenti e non dubitiamo quasi mai dei loro consigli e delle loro ricette, siamo disposti a pagare anche profumatamente per ottenere le loro valutazioni sul nostro stato di salute generale e consideriamo, davvero, i rappresentanti di questa categoria come dei luminari, eccezionalmente elevati anche sotto il profilo morale, capaci di portentose, risolutive azioni.
Su tale credenza popolare si è innestata l’industria chimico farmaceutica e le sue clientele, produttori dei farmaci dispensati da questi moderni stregoni, corporazioni le quali priorità fondanti sono quelle relative alla riproduzione di un profitto, alla distribuzione di dividendi monetari ai loro investitori  http://ita.anarchopedia.org/Case_farmaceutiche_e_vivisezione
Ecco allora che varie sigle, gruppi e fondazioni si cimentano in enormi pressioni sull’opinione pubblica, promuovendo campagne di donazione fondi, diffondendo notizie spesso strumentali http://www.veganzetta.org/?p=4439 e messaggi pubblicitari nei momenti più consoni http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/07/meglio-muoia-ratto-bambina-campagna-choc-vivisezione/221476/ , evocando probabili scenari catastrofici a meno che non si continui a delegare alla classe dei medici/ricercatori il mandato di “scoprire” meravigliosamente, il rimedio per il male del secolo e mantenere così ben salda la bussola e il volano del progresso e del benessere umano nelle mani dei suoi più autentici fautori.
Questo lo sfondo in cui si cerca di giustificare l’autorevolezza del modello animale nell’ambito della ricerca bio-medica, un modello che ricorre alla maligna invasione e al perverso sezionamento dei corpi, quasi a voler dimostrare che i nostri eroi ricercatori sono “disposti a tutto” pur di procurare all’umanità dei vantaggi, che nulla rimanga intentato, la “potenza della Natura” figurata dalle cavie animali sottomessa dall’uomo che si chiama fuori dalla Natura stessa e che si erge a governatore di forze selvagge, proprio come si rende responsabile di questo nei mattatoi e negli altri templi del dominio, il gran sacerdote esegue i suoi rituali per ingraziarsi le divinità e per impressionare positivamente i consumatori, i quali riconfermano in lui le loro aspettative di nutrimento e di guarigione.

Uno dei migliori esempi che questo sistema ci offre, prosegue nel suo ragionamento il nostro autore nel libro in oggetto, è costituito dal professor Gennarelli dell’Università della Pennsylvania, il quale nei decenni scorsi ha ricevuto un sostanziale sostegno economico ( 11 milioni di dollari in 15 anni! ) e un incondizionato riconoscimento da parte della comunità scientifica internazionale per “dimostrare”, uccidendo centinaia di scimmie nel processo di compimento dei suoi “studi”, che dei “colpi forti alla testa compromettono la funzionalità del cervello, generando quindi dei danni diffusi ai nervi e al tessuto cerebrale nei soggetti coinvolti in incidenti e in episodi analogamente traumatici”.
http://www.scienzaverde.it/index.php?option=com_content&view=article&id=399:antivivisezionismo-ragioni-etiche&catid=61:edizione-n-10-febbraio-2010
Il nostro “eroe” passò conseguentemente ad eseguire i medesimi esperimenti su dei maiali nani, geneticamente modificati e quindi dotati di scatole craniche maggiormente simili a quella dell’uomo, per continuare a dimostrare la stessa identica cosa. tutto a spese dei fiduciosi contribuenti americani.
La letteratura pro vivisezione è satura di esempi altrettanto suasivi.
Come afferma nella sua quasi totalità la classe medica “ ogni progresso sanitario è stato conseguito grazie alla collezione costante di osservazioni ed esiti ottenuti attraverso la sperimentazione su soggetti non umani” e questo sembra esercitare un fortissima presa sull’opinione pubblica.
Uno sguardo più critico alla realtà mostra invece una diversa prospettiva, le principali malattie mortali dal primo novecento ad oggi infatti sono state sconfitte grazie ad una migliore organizzazione delle comunità umane, ad esempio attraverso un sistema pubblico di distribuzione dell’acqua più sicuro e il diffondersi di pratiche di scambio e di convivenza maggiormente basate sulla salubrità degli ambienti di vita e delle modalità accettate nell’interazione umana.
In altre parole, la riduzione di malattie infettive quali la polmonite, il tifo e la tubercolosi è stato l’indicatore cardinale dell’allungamento della vita media e del miglioramento della salute pubblica dal 1900 ad oggi http://www.unhappyanimal.org/diritti_animali_violati/vivisezione/vivisezione10.html
L’esaltazione gratuita e irrazionale indotta nell’opinione pubblica che giustifica la tortura degli animali nei laboratori però continua ai giorni nostri anche a fronte del dilagare di malattie del benessere quale come il Cancro e questo assicura da parte di un opinione pubblica desiderosa di credere nei miracoli dei moderni santoni della medicina un appoggio incondizionato alla vivisezione e agli investimenti nella ricerca basata su tale obsoleto modello http://www.novivisezione.org/info/cancro.htm

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Noi sappiamo che molte malattie del nostro secolo sono facilmente evitabili, quando non curabili, da una modifica drastica nello stile di vita adottato, emancipandosi da una dieta alimentare carnea e da schemi che ci portano a vivere esistenze sedentarie e alienanti http://scienza.panorama.it/salute/Carne-e-cancro-nuovo-studio-conferma-il-legame
Oggi come ieri gli stregoni della medicina di massa, inclusa quella alternativa, vogliono spingerci a credere che l’invecchiamento sia una malattia e che sia altresì possibile “rimediare” alla nostra terrena condizione di finitezza fisica.
Nelle riviste specializzate si parla apertamente persino di studi e di ricerche finalizzate al soggiogamento della natura che ci pervade, all’elusione della morte.
Molti di noi hanno capito che credere al mito dell’onnipotenza umana manifestata attraverso la costante asserzione dei professionisti in camice bianco in ogni settore del vivere umano, espressa in maniera tanto barbara e virale quanto asettica e svuotata dei sentimenti di compassione da questi nemici giurati della Natura, condurrà i suoi seguaci su di un cammino sempre più fatto di illusioni, la destinazione? Un paradiso terrestre inesistente, un universo dove, malattie sempre meno trattabili perché costituite dall’ideologia del dominio stessa, la quale non prevede dubbi o ripensamenti sulle reali intenzioni dei propri indaffarati patriarchi, l’organizzazione totalitaria del vivere umano non lascia spazio che all’obbedienza e al dogmatismo di stampo religioso.

Le vittime non umane della vivisezione, 400 milioni ogni anno nel mondo, di questi, 1 milione circa vivisezionati soltanto in Italia http://www.lavocedeiconigli.it/vivisezione.htm insieme alle vittime umane di questo colossale raggiro, quelle vittime cioè che a causa della non validazione di metodi di ricerca alternativi alla sperimentazione animale non beneficeranno MAI di una cura efficace
https://alternativesperimentazioneanimale.wordpress.com/ ,
oppure quelle vittime umane che soffrono e muoiono a causa dell’assunzione di farmaci e trattamenti inadeguati o sbagliati generati dalla scarsa attendibilità dei risultati ottenuti in ricerca attraverso l’utilizzo di cavie senzienti non umane, tutti loro, la loro sofferenza, la loro miseria esistenziale, la loro non vita, ci impongono una pausa di riflessione e un ripensamento radicale del paradigma prevalente che pone in antagonismo l’Uomo coi suoi rituali magici a ciò che adombra la Natura con i suoi codici immutabili, con i suoi equilibri imprescindibili.

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http://www.italia-senza-vivisezione.org/index.php/i-care

 

 

Unità di Misura per la Sofferenza

Non esiste un’unità di misura per la sofferenza, perchè LA SOFFERENZA non può essere misurata, PUO’ SOLO ESSERE COMPRESA …
Questa immagine trasmette meglio di qualunque altro discorso o impianto teorico il senso di “universalità” che la capacità di provare emozioni accomuna TUTTI gli individui senzienti che solcano la Terra.
Non sappiamo chi la abbia realizzata, ma sappiamo che negli anni ha assunto uno status molto alto nelle comunità antispeciste e vegane sulla Rete.
Per approfondire il concetto dei “Diritti per gli Animali” dal punto di vista filosofico morale, consigliamo, oltre naturalmente alla lettura del testo di Peter Singer http://www.oltrelaspecie.org/v4_singer.htm anche il seguente http://digilander.libero.it/moses/concetta001.html
L’articolo offre una sintesi molto lucida delle idee espresse dal filosofo australiano in quel libro i quali contenuti rimangono tra le principali fonti di ispirazione del movimento globale per la Liberazione Animale degli ultimi 30 anni.

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Perché amiamo i cani,
mangiamo i maiali
e indossiamo le mucche

di MELANIE JOY   http://www.sonda.it/melanie-joy/

Un libro altamente significativo che potrebbe cambiare il modo in cui la società si pone sulla questione del mangiare gli animali.
Contro l’ideologia del carnismo.
Un processo alla cultura della carne e alla sua industria.

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Molti di noi inorridiscono al solo pensiero che a tavola ci possano servire carne di cane o di gatto.
Il sistema di credenze alla base delle nostre abitudini alimentari si fonda infatti su un paradosso: reagiamo ai diversi tipi di carne perché percepiamo diversamente gli animali da cui essa deriva. In modo inconsapevole abbiamo aderito al carnismo, l’ideologia violenta che ci permette di mangiare la carne solo «perché le cose stanno così».
Melanie Joy analizza le motivazioni psicologiche e culturali di questa «dittatura della consuetudine» e della sua pervasività; di come, attraverso la rimozione, la negazione e l’occultamento dell’eccidio di miliardi di animali, il sistema in cui siamo immersi mantiene obnubilate le coscienze, fino a persuaderci che mangiare carne più volte al giorno sia naturale, normale e quindi necessario.
Intervistando i vari protagonisti dell’industria della carne, esaminando le cifre dei suoi profitti e dei suoi disastri ambientali, mette in luce gli effetti collaterali sulle «altre» vittime: chi lavora negli allevamenti intensivi e nell’inferno dei mattatoi industriali di ogni latitudine; i consumatori sempre più esposti ai rischi di contaminazioni e insalubrità; l’ambiente, e il nostro futuro sul pianeta.

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Il Mahatma Gandhi sosteneva che «la grandezza di una nazione può essere giudicata dal modo in cui vengono trattati i suoi animali». Non credo intendesse, tra parentesi, il modo in cui alcuni di essi vengono trattati.
Non credo intendesse solo quelli che sono i nostri pet. Credo che Gandhi avrebbe amato Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche. Perché è un libro che può cambiare il tuo modo di pensare e di vivere.
Ti guiderà nel cammino dalla negazione alla consapevolezza, dalla passività all’azione e dalla rassegnazione alla speranza.
John Robbins, scrittore nominato al premio Pulitzer

ImageL’autirice del libro, MELANIE JOY Si è formata ad Harvard ed è psicologa e docente di psicologia e sociologia presso l’Università del Massachusetts (Boston), nonché apprezzata conferenziera.

Autrice di una serie di articoli di psicologia, sulla difesa degli animali e la giustizia sociale, pubblicati su numerosi periodici e riviste, è la principale ricercatrice sul carnismo, l’ideologia che giustifica il mangiare la carne degli animali.
È stata intervistata sul suo lavoro da riviste e radio, tra cui la BBC, NPR, PBS e l’ABC Australia. Tiene conferenze in giro per gli Stati Uniti e in tutto il mondo.

Formato Libro  13×21 cm – Pagine 200 –Prezzo 18,00 €

ISBN 978 88 7106 654 7

Ufficio Stampa – Edizioni Sonda
Tel. 0142 461516
Mail: michela.lavagno@sonda.it

SE “MASTICATE” UN PO’ DI INGLESE CONSIGLIAMO LA VISIONE DI QUESTO VIDEO DOCUMENTO CON UNA DELLE CONFERENZE DI MELANIE SULL’ARGOMENTO TRATTATO DAL LIBRO http://youtu.be/7vWbV9FPo_Q 

QUI LA PRIMA PARTE DELLE  TRADUZIONI DELLA CONFERENZA TENUTA DA MELANIE A MILANO CON LE FOTO UTILIZZATE PER LA PRESENTAZIONE: http://ravanellocurioso.wordpress.com/2012/11/17/lectio-magistralis-di-melanie-joy-i-parte/

ecco la copertina dell’opuscolo/proposta del testo MANIFESTO ANTISPECISTA giè in stampa cartacea e in diffusione anche presso di noi. Per scaricare il  formato .pdf  fare click sul link qui sotto:

http://www.manifestoantispecista.org/wp-content/uploads/2012/08/proposte-per-un-manifesto-antispecista.pdf

Fondamentale per riconoscersi e per orientarsi ulteriormente in una filosofia di vita vegan e antiautoritaria.

SE DESIDERI DISTRIBUIRE COPIE DELL’OPUSCOLO CONTATTACI

SE DESIDERI SEMPLICEMENTE LEGGERNE I CONTENUTI ECCO IL TESTO COMPLETO DELL’OPUSCOLO: 

Proposte per un Manifesto Antispecista

 Prefazione

 Questo testo nasce dall’esigenza sempre più urgente di fornire delle possibili definizioni utili a chiarire e delineare l’identità antispecista, e permettere migliori e più precise modalità di intervento nei rapporti intraspecifici e interspecifici umani. La definizione di antispecismo è da ritenersi quindi uno stimolo per successive implementazioni o modifiche, e non intende assolutamente essere esaustiva. Definizioni e concetti presenti in questa pubblicazione sono il frutto di confronti diretti e indiretti con numerose persone che nell’arco di molti anni liberamente hanno contribuito alla crescita della consapevolezza antispecista. Il presente testo è il risultato di un lavoro di organizzazione e redazione di tali contributi raccolti da atti di incontri pubblici, seminari, da scambi di opinioni e pubblicazioni. Pertanto quanto pubblicato è da considerarsi libero da diritti d’autore, e se ne auspica la massima divulgazione nelle modalità esplicitate in seguito. Per approfondimenti, sviluppi, contributi e critiche si prega di visitare il sito web del Manifesto antispecista: www.manifestoantispecista.org

 Definizione di antispecismo

L’antispecismo è il movimento filosofico, politico e culturale che lotta contro lo specismo, l’antropocentrismo e l’ideologia del dominio veicolata dalla società umana. Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla presunzione dell’esistenza di razze umane, e l’antisessismo respinge la discriminazione basata sul sesso, così l’antispecismo respinge la discriminazione basata sulla specie (definita specismo) e sostiene che l’appartenenza biologica alla specie umana non giustifica moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro di un essere senziente di un’altra specie. Gli antispecisti lottano affinché le esigenze primarie degli Animali siano considerate fondamentali tanto quanto quelle degli Umani, cercando di destrutturare e ricostruire la società umana in base a criteri sensiocentrici ed ecocentrici che non causino sofferenze evitabili, alle specie viventi e al pianeta. L’approccio antispecista ritiene (considerando tutte le dovute differenze e peculiarità):

1) che le capacità di sentire (di provare piacere e dolore), di interagire con l’esterno, di manifestare una volontà, di intrattenere rapporti sociali, non siano prerogative esclusive della specie umana (in base a questi criteri l’antispecismo può essere considerato anche una filosofia individualista, sensiocentrica e painista);

2) che l’esistenza di tali capacità negli Animali comporti un cambiamento essenziale del loro status etico, facendoli divenire “persone non umane”, o conferendo loro uno status equivalente qualora il concetto di persona non risultasse pienamente utilizzabile, opportuno o condivisibile;

3) che da ciò debba conseguire una trasformazione profonda dei rapporti tra persone umane e persone non umane, che prefiguri un radicale ripensamento e un conseguente cambiamento della società umana per l’ottenimento della liberazione animale.

Considerazioni

L’antispecismo è un movimento filosofico, politico e culturale, pertanto chi abbraccia la visione antispecista si adopera per la sua diffusione nella società. L’antispecista si propone di assumere atteggiamenti e comportamenti tali da poter influenzare la società umana (visione politica dell’antispecismo), e quindi si attiva tramite iniziative culturali, sociali e personali per il raggiungimento di uno scopo ultimo: la creazione di una nuova società umana più giusta, solidale, orizzontale, libera e compassionevole che potremmo definire aspecista (senza distinzioni e discriminazioni di specie) o, meglio ancora, società umana libera. L’attivista antispecista non può quindi considerarsi apolitico, anzi rivendica un suo ruolo politico nella società, in quanto l’azione politica è uno degli esercizi fondamentali dell’antispecismo utili al cambiamento socio‐culturale. L’antispecismo si oppone allo specismo inteso come pensiero unico dominante nell’attuale società umana concepita come verticale e gerarchica, basata sulla legge del “diritto” del più forte e sulla repressione del più debole, orientata alla difesa dell’interesse personale e del patrimonio, a discapito dei diritti, dell’uguaglianza e della solidarietà nei confronti dei più deboli tra gli Animali e gli Umani. L’antispecismo, pertanto, non è un movimento che intende semplicemente riformare la società umana, ma si prefigge come obiettivo quello di cambiarla radicalmente, eliminandone le spinte discriminatorie, liberticide, violente nei confronti dei più deboli, antidemocratiche, autoritarie e antropocentriche. In una sola parola: rivoluzionandola attraverso l’abbattimento dell’ideologia del dominio che la contraddistingue.

Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla presunzione dell’esistenza di razze umane, e l’antisessismo respinge la discriminazione basata sul sesso, l’antispecismo respinge quella basata sul concetto di specie.

Le radici culturali, morali, filosofiche e politiche dell’antispecismo sono una naturale evoluzione delle lotte sociali per l’affrancamento dei più deboli tra gli Umani e il riconoscimento dei loro diritti fondamentali (pur presentando singolarità molto importanti che lo distinguono da qualsiasi altra lotta sociale, politica e culturale). L’antispecista, pertanto, non solo si batte per l’eliminazione delle discriminazioni dovute alle fittizie e strumentali barriere di specie innalzate dall’Umano per sottrarsi ai suoi doveri nei confronti della natura e delle altre specie, ma assume come elementi base il riconoscimento dei pieni diritti dell’Umano a prescindere da sesso, orientamento sessuale, condizioni fisiche e mentali, ceto, etnia, nazionalità etc. L’antispecismo deve essere considerato quindi una naturale evoluzione (e non una derivazione) del pensiero antirazzista, anti sessista, antimilitarista e, pertanto, si trova in assoluta antitesi con visioni xenofobe, discriminatorie e, più in generale, con il fascismo, l’autoritarismo, e i totalitarismi di qualunque orientamento politico o natura, in quanto fautori dell’ideologia del dominio, dell’oppressione e della repressione. L’ottica antispecista pur essendo mutuata anche da quella della lotta per i diritti civili umani, presenta peculiarità e caratteristiche diverse e sostanziali: essa, infatti, non prevede concessioni ad altri (allargamento della sfera dei diritti, o della sfera morale, della polis), ma richiama al controllo delle attività proprie e della propria specie sulla base di principi di equità, giustizia e solidarietà nei riguardi degli altri Animali (ripensamento delle attività della specie umana in base ai doveri nei confronti delle altre specie viventi non più considerate inferiori, ma semplicemente altre: persone non umane, e pertanto popolazioni di persone non umane). L’apertura all’altro, il riconoscimento dell’alterità comporta quindi che l’azione antispecista si ponga come obiettivo in primis quello della tutela degli interessi degli Animali (in quanto soggetti privati di diritti elementari e naturali e di status privilegiati) e, nel contempo, il pieno riconoscimento dei diritti dei più deboli e svantaggiati tra gli Umani. L’attivista antispecista è moralmente tenuto a impegnarsi nel quotidiano contro ogni tipo di ingiustizia e di prevaricazione nei confronti dei più deboli o svantaggiati, siano essi Umani o Animali. Le attenzioni verso gli Umani, verso l’ambiente e la Terra sono da considerar si parte integrante della lotta per la liberazione degli Animali, e viceversa. L’antispecismo quindi non può essere considerato abolizionista: non si avanzano richieste di modifiche di leggi, norme e regolamenti, bensì si aspira alla liberazione animale nella sua accezione più ampia del termine. L’attivista antispecista pone molta importanza alla pratica personale e alla coerenza; conseguenza diretta di ciò è il tentativo di applicare i principi antispecisti alla propria vita quotidiana, soprattutto attraverso la pratica del veganismo etico, del consumo critico (inteso come metodo utile all’allontanamento definitivo dal consumismo), del boicottaggio, riciclo, riuso e riutilizzo di merci beni e servizi, nonché di tutte le altre pratiche utili al raggiungimento del minor impatto possibile sulle altre specie animali, sulla propria e sull’ambiente.

La pratica del veganismo etico è da considerarsi come un fondamentale mezzo per il raggiungimento del fine ultimo dell’antispecismo: una nuova società umana liberata e aspecista capace di rispettare e di vivere in armonia con le altre specie viventi.

La pratica vegana etica quindi non è né un fine, né uno stile di vita da seguire, bensì una filosofia di vita che interessa e permea ogni attività quotidiana di chi la adotta, giungendo a modificare ogni rapporto sociale. Il raggiungimento di una società umana liberata sarà ottenibile solo attraverso la lotta per la liberazione. Ogni visione riformista, conservatrice, gerarchica, reazionaria, repressiva o tesa alla tutela della conservazione dello stato di fatto attuale della società umana basata sui privilegi dell’antropocentrismo, è da ritenersi aliena e antitetica alla visione antispecista. Ogni dottrina, filosofia, politica, religione, ideologia fondata sullo specismo e l’antropocentrismo è rifiutata e combattuta dalla nuova visione antispecista. Il termine vegan, contrazione del vocabolo veg(etari)an che a sua volta deriva dal latino vegetus (vivo) fu coniato in Inghilterra da Donald Watson che, insieme a un gruppo di vegan, fondò la Vegan Society a Londra nel novembre del 1944. Il termine sta a indicare coloro che cercano di escludere tutte le forme di sfruttamento e crudeltà sugli Animali.

In altre parole, chi è vegan non solo non mangia né carne né pesce, ma neppure latticini, uova e miele; non indossa capi in pelle, lana, seta o pelliccia; non compra animali, non partecipa ad attività che contribuiscono a sfruttare gli animali, respinge tutte le pratiche umane che prevedono sfruttamento, tortura e/o uccisione di animali quali zoo, circhi, vivisezione, caccia, pesca, feste e corse con animali, etc.

 

Altre definizioni utili

 Antropocentrismo

L’antropocentrismo (termine che deriva dal greco άνθρωπος, anthropos, “essere umano”, κέντρον, kentron, “centro”) è la tendenza – che può essere derivazione di una teoria, di una religione o di una semplice opinione – a considerare l’Umano, e tutto ciò che gli è proprio, come centrale nell’Universo. Una centralità che può essere intesa secondo diversi accenti e sfumature: dalla semplice superiorità rispetto al resto del mondo animale alla preminenza ontologica su tutta la realtà.

Specismo

Lo specismo è una filosofia antropocentrica nella concezione degli Animali. Il termine fu usato per la prima volta dallo psicologo inglese Richard Ryder nel 1970 per riferirsi alla convinzione che gli Umani godano di uno status morale superiore (e quindi di maggiori diritti) rispetto agli altri Animali. L’intento di Ryder consisteva nell’evidenziare le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le argomentazioni filosofiche per condannare queste due posizioni sono affini. Il termine specismo viene usato comunemente nella letteratura sui diritti animali (per esempio nelle opere di Peter Singer e Tom Regan). Fra le varie giustificazioni addotte a difesa dello specismo le più comuni vertono sui seguenti fondamenti:

‐ la replica dei meccanismi naturali di lotta fra specie (legge della giungla, catena alimentare etc.);

‐ la concezione di diritto attribuibile soltanto a un Umanoraziocinante;

‐ la non consapevolezza di tutti gli Animali della propria esistenza.

In modo del tutto arbitrario, però, lo status morale superiore umano viene esteso anche agli Umani che rientrerebbero in alcune delle categorie sopra citate (o, al contrario, agli Umani che mancano degli attributi di volta in volta strumentalmente utilizzati per giustificare, in positivo, quel particolare status) ma tutelati in quanto appartenenti alla specie umana (per esempio neonati, handicappati mentali, malati in coma). Per i motivi di cui sopra, gli antispecisti ritengono che la morale comune, le istituzioni locali, nazionali, internazionali e sovranazionali, siano contraddistinte da una filosofiaspecista.

 Su specismo e lotta antispecista

È un’idea profondamente radicata che l’Umano possa disporre a proprio piacimento di ogni altro essere vivente. Da tempo, però, è in atto una lotta affinché gli interessi primari degli Umani e degli Animali vengano posti sullo stesso piano in nome di un ideale di uguaglianza tra le specie. Coloro che si oppongono alle teorie e alle pratiche che riconoscono esclusivamente gli interessi dell’Umano, definiscono specismo l’atteggiamento di pregiudiziale negazione o disattenzione degli interessi degli altri Animali. Le persone che lottano per l’abbattimento del pregiudizio antropocentrico e per un mondo in cui i rapporti tra le specie possano essere liberi e ispirati a principi di uguaglianza e solidarietà si definiscono perciò antispecisti. Il concetto di “specismo”, elaborato esplicitamente verso la fine degli anni Sessanta nell’ambito della filosofia morale anglosassone, è però il risultato di una lunga storia: ha alle spalle generazioni di animalisti che hanno cercato, a partire da tradizioni e impostazioni diverse, di denunciare la violenza della specie umana verso gli Animali.

Schematizzando il più possibile, possiamo dire che nella storia occidentale si sono succedute le seguenti modalità di “difesa” dell’Animale:

1) un sentimento di amore e rispetto di singoli individui (per es. Porfirio, Leonardo, Schweitzer) per gli Animali;

2) un movimento zoofilo/protezionista che, a partire dall’Ottocento, ha coltivato un interesse morale nei confronti degli Animali come “estensione” dei diritti umani (ad es. la Society for the Prevention of Cruelty to Animals, o Henry Stephens Sault che coniò il termine Animal Rights e si occupò di antivivisezionismo e vegetarismo etico);

3) un movimento liberazionista che dagli anni Settanta ha teorizzato (Richard Ryder, Peter Singer, Tom Regan) e messo in pratica (A.L.F. – Animal Liberation Front) una visione di radicale liberazione dell’Animale dal dominio umano staccandosi definitivamente da concetti legati alla zoofilia e al protezionismo animalista.

La lotta antispecista, che non condanna l’Umano come essere intrinsecamente e del tutto “malvagio” e “innaturale” (cioè negativo, da cancellare etc.), muove da due presupposti: che la società umana non sia (A) per natura e (B) necessariamente una società gerarchica e oppressiva del vivente.

Il presupposto (A) ci spinge quindi a cercare di comprendere quando e come la società umana diventa specista e ciò può essere fatto tramite un’analisi storica dei rapporti tra società umana e natura. Il presupposto (B) ci permette di sostenere la possibilità di un cambiamento futuro della società umana ed elaborare una prassi in grado di porre in essere tale cambiamento.

Lo specismo non va inteso riduttivamente come visione discriminatoria, poiché esso è anche e soprattutto una prassi di dominio. In tal senso è importante definire il concetto di dominio per comprendere, come si diceva in precedenza, quando la società umana diventa, di fatto, specista. Definiamo sfruttamento il controllo (totale o parziale) del ciclo biologico di un altro essere vivente tale che questi perda la propria autonomia e venga così ridotto a risorsa. Laddove lo sfruttamento si esercita su un altro essere senziente come negazione di ogni possibilità di rapporto e come riduzione (o cancellazione) dell’identità dell’altro, parliamo di dominio. Da questo punto di vista, vanno considerate “materialmente” speciste, le società umane che praticano l’addomesticamento della vita non umana in ogni sua forma e, pertanto, tutta la storia della civiltà, fondata sull’allevamento e l’agricoltura. Ma anche lo specismo come visione discriminatoria – o ideologia – sorge con la civiltà, con la costruzione di religioni antropocentriche e spiritualiste4, in cui l’Umano è posto come signore della natura in una posizione di privilegio ontologico e assiologico. La storia della civiltà ci mostra, infatti, come lo specismo non sia solo una forma di discriminazione “analoga” al sessismo e al razzismo. Benché lo specismo non sia stato l’unica causa di tali sviluppi sociali, è certo però che senza lo sfruttamento materiale della natura non sarebbe stato possibile creare il differenziale di ricchezza sociale ed economica che è alla base delle società classiste, sessiste e belliciste e, dunque, dell’intera civiltà. Così com’è certo che, senza la riduzione dell’Animale a natura “inferiore”, non sarebbe stato possibile realizzare i meccanismi ideologici che riducono la donna, lo straniero o il “diverso” a esseri privi di “spirito”, dunque mera “natura”, quasi “animali”. Le oppressioni di specie, di genere, di classe e razziali appaiono così strutturalmente connesse: la società umana stessa è tenuta insieme e definita da tali rapporti di esclusione e sfruttamento dell’altro e questo altro è regolarmente l’oggetto di una prassi di sfruttamento di cui solo alcuni beneficiano. Si comprende dunque come la lotta contro lo sfruttamento animale miri a eliminare il tassello fondamentale su cui è costruita tutta la civiltà del dominio. Non è perciò un caso il fatto che il movimento di liberazione animale in tutto il mondo abbia cominciato a maturare una consapevolezza he lo spinge ad allargare sempre più il campo etico in cui s’inscrive l’originario dibattito storico sullo specismo (benché esso abbia trovato qui le armi logi che per diffondere le proprie idee e difendersi dalle obiezioni più comuni). La cultura anarchica si è avvicinata per prima al concetto di specismo, intendendolo non come un termine tecnico da impiegarsi in schermaglie filosofiche bensì come concetto critico che mira a un cambiamento radicale delle società umane nella loro interezza. Tale consapevolezza non è però patrimonio esclusivo di alcune frange del movimento anarchico o di qualsiasi altro movimento sociale, politico o culturale anche se rivoluzionario, e in essi non deve essere identificato. L’antispecismo si pone come movimento filosofico e politico assolutamente indipendente, slegato da logiche, pratiche e politiche pregresse, che rifiuta fermamente l’uso della violenza contro ogni vivente (Umano compreso) come metodo di lotta, e che è capace di ispirare una prassi di trasformazione radicale dell’esistente: un movimento che, nel momento in cui rivoluziona i rapporti interspecifici, non può non trasformare anche i rapporti intraspecifici.

 Rapporti tra individui

Una nuova società umana liberata potrà sussistere solo se saremo capaci di concepire un nuovo tipo di rapporto (individuale), finalmente paritario e solidale, con le altre società di senzienti e, più in generale, di viventi. Saranno quindi necessari nuovi strumenti per regolare i complessi e continui rapporti tra individui (siano essi Umani o no); per tale motivo si propone l’adozione di cinque principi utili alla creazione di nuovi criteri comportamentali basati su una reale e ampia imparzialità, intra e interspecifica, derivante da concetti di rispetto, solidarietà, empatia e compassione. Concetti, questi, da applicarsi tanto nei rapporti Umano‐Animale quanto in quelli tra Umani.

I cinque principi sono mutuati da una proposta del filosofo Paul W. Taylor e, se interpretati in chiave antispecista, potrebbero divenire un semplice ed efficace modello relazionale anche nell’immediato:

1) principio di autodifesa: è legittimo reagire solo ed esclusivamente se attaccati per proteggere la propria incolumità. Un atto di violenza può quindi essere concepito solo come estrema soluzione per difendere la propria vita;

2) principio della proporzionalità: in qualsiasi rapporto intra e interspecifico prevalgono sempre e solo gli interessi fondamentali sugli interessi non fondamentali a prescindere dalla specie animale di appartenenza;

3) principio del minimo danno: qualora non si possa evitare in alcun modo di fare una scelta, essa deve attuarsi cercando il minimo impatto sull’altro soggetto e in generale sulle altre specie animali;

4) principio della giustizia distributiva: da utilizzare qualora i primi tre principi non fossero assolutamente applicabili. In caso di parità d’importanza di interessi tra individui o tra specie coinvolte, si deve agire per il bene della comunità di viventi terrestri, per la collettività, in modo imparziale e altruistico. Quindi, in caso di uguale peso degli interessi di una parte prevale il bene comune;

5) principio della giustizia restitutiva: qualora fosse assolutamente inevitabile arrecare un danno a un individuo o a un’altra specie per soddisfare un’esigenza fondamentale, tale individuo o specie ha diritto a un risarcimento in modo da riparare al danno arrecato.

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 note

(1) Il concetto di uguaglianza è qui lasciato volutamente insenso generico, essendo profondamente diverso il significato e la giustificazione che i protagonisti di questa lotta danno a tale concetto (uguaglianza “di interessi”, uguaglianza “giuridica”, uguaglianza “politica” etc.).

(2) Essi denunciano altresì uno specismo di secondo livello che consiste nel concedere ad alcuni Animali il privilegio di entrare in parte o in toto nell’ambito della considerazione morale umana. È il caso, per esempio, degli Animali “da compagnia”, il cui benessere è salvaguardato indirettamente perché considerato moralmente rilevante dai loro affidatari Umani e delle Scimmie antropomorfe, che si vedono talvolta riconosciuto uno status morale in virtù della somiglianza psichica con la specie umana.

(3) Il pensiero orientale ha conosciuto filosofie e religioni (lo Jainismo per esempio) che non ammettevano né predicavano una differenza assiologica radicale tra l’Umano e gli Animali, muovendosi anzi in un orizzonte di compassione verso questi ultimi. Per tale motivo, tali tradizioni vengono oggi in parte riprese da alcuni antispecisti occidentali come possibili riferimenti di pensiero aspecista.

(4) Per quanto indubbiamente caratterizzate anch’esse da crudeltà sia in senso inter che intraspecifico, non è possibile caratterizzare come società inequivocabilmente speciste, né in senso materiale né ideologico, le società di raccolta e caccia con la loro visione animistica del vivente. E’ possibile comunque considerare che lo fossero potenzialmente.

(5) Il fine dell’azione antispecista non può essere l’isolazionismo o l’estinzionismo umani, ma il ripristino e lo sviluppo di rapporti tra le specie fondati sulla reciproca autonomia e libertà.

(6) Per interessi fondamentali si intendono quegli interessi lacui realizzazione è da ritenersi indispensabile per il mantenimento in vita di un organismo vivente, quindi da intendersi come valori primari e irrinunciabili. Per interessi non fondamentali s’intendono quegli interessi che sono necessari per il soddisfacimento di determinati sistemi di valori, o per esigenze specie‐specifiche che non sono da considerarsi vitali e non intaccano l’esistenza dell’individuo o della specie.

 Precisazioni su alcuni termini usati

Umano/i”: non s‘intende utilizzare il sostantivo maschile “uomo” in quanto termine carico di significati filosofici e culturali che volutamente pongono la specie umana al di sopra delle altre specie animali, e che hanno un preciso riferimento a una visione patriarcale e maschilista della società umana.

Animale/i“: si utilizza tale sostantivo per facilitare la leggibilità del testo. Il termine “Animali” in realtà è da intendersi sostitutivo di “Animali non Umani”, o “altri Animali”, o “Non Umani”, in sintesi tutte le specie animali diverse da quella umana. Si riconosce a tale termine una valenza assolutamente positiva dell’Animalità e si utilizza la “a” iniziale maiuscola per sottolineare la dignità intrinseca e pari a quella umana di ogni Animale diverso dall’Umano.

Cane, Maiale, ecc”: si utilizzano tali sostantivi con l’iniziale maiuscola per conferire pari dignità tra le diverse specie animali.

CARNE EQUALS MORTE STRISCIONE

Ogni volta che vedi un uccello in gabbia, un pesce in una vasca o un mammifero non-umano alla catena stai vedendo lo specismo. Se credi che un’ape o una rana abbiano meno diritto alla vita e alla libertà di uno scimpanzé o di un umano o se consideri gli umani superiori agli altri animali, stai approvando lo specismo. Se visiti le acquaprigioni o gli zoo, frequenti circhi che offrono “numeri con gli animali”, indossi pelle o pelo di non-umano, mangi carne, uova, latticini, stai mettendo in pratica lo specismo. Se ti batti per la macellazione più “umana” dei polli o per una prigionia meno crudele dei maiali, stai perpetuando lo specismo. Ma che cos’è esattamente lo specismo? Nel 1970 lo psicologo Richard Ryder coniò il termine specismo in un opuscolo così intitolato. Benché non definisse esplicitamente il termine, indicò che gli specisti tracciano una netta distinzione morale tra gli umani e gli altri animali. Essi non riescono a “estendere l’interesse per i diritti elementari agli animali non-umani”. Con la pubblicazione di Liberazione animale nel 1975, il filosofo Peter Singer portò il concetto di specismo all’attenzione generale. Definì lo specismo http://www.oltrelaspecie.org/v4_singer.htm

 tratto dalla prefazione del libro di J. Dunayer, Speciesism, Ryce Publishing, 2004 vedi anche intervista qui: http://asinusnovus.wordpress.com/2012/02/17/definire-lo-specismo-joan-dunayer/