proposte per un MANIFESTO ANTISPECISTA

Pubblicato: 14 settembre 2012 in antispecismo, libri, manifesto, vegan
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ecco la copertina dell’opuscolo/proposta del testo MANIFESTO ANTISPECISTA giè in stampa cartacea e in diffusione anche presso di noi. Per scaricare il  formato .pdf  fare click sul link qui sotto:

http://www.manifestoantispecista.org/wp-content/uploads/2012/08/proposte-per-un-manifesto-antispecista.pdf

Fondamentale per riconoscersi e per orientarsi ulteriormente in una filosofia di vita vegan e antiautoritaria.

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Proposte per un Manifesto Antispecista

 Prefazione

 Questo testo nasce dall’esigenza sempre più urgente di fornire delle possibili definizioni utili a chiarire e delineare l’identità antispecista, e permettere migliori e più precise modalità di intervento nei rapporti intraspecifici e interspecifici umani. La definizione di antispecismo è da ritenersi quindi uno stimolo per successive implementazioni o modifiche, e non intende assolutamente essere esaustiva. Definizioni e concetti presenti in questa pubblicazione sono il frutto di confronti diretti e indiretti con numerose persone che nell’arco di molti anni liberamente hanno contribuito alla crescita della consapevolezza antispecista. Il presente testo è il risultato di un lavoro di organizzazione e redazione di tali contributi raccolti da atti di incontri pubblici, seminari, da scambi di opinioni e pubblicazioni. Pertanto quanto pubblicato è da considerarsi libero da diritti d’autore, e se ne auspica la massima divulgazione nelle modalità esplicitate in seguito. Per approfondimenti, sviluppi, contributi e critiche si prega di visitare il sito web del Manifesto antispecista: www.manifestoantispecista.org

 Definizione di antispecismo

L’antispecismo è il movimento filosofico, politico e culturale che lotta contro lo specismo, l’antropocentrismo e l’ideologia del dominio veicolata dalla società umana. Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla presunzione dell’esistenza di razze umane, e l’antisessismo respinge la discriminazione basata sul sesso, così l’antispecismo respinge la discriminazione basata sulla specie (definita specismo) e sostiene che l’appartenenza biologica alla specie umana non giustifica moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro di un essere senziente di un’altra specie. Gli antispecisti lottano affinché le esigenze primarie degli Animali siano considerate fondamentali tanto quanto quelle degli Umani, cercando di destrutturare e ricostruire la società umana in base a criteri sensiocentrici ed ecocentrici che non causino sofferenze evitabili, alle specie viventi e al pianeta. L’approccio antispecista ritiene (considerando tutte le dovute differenze e peculiarità):

1) che le capacità di sentire (di provare piacere e dolore), di interagire con l’esterno, di manifestare una volontà, di intrattenere rapporti sociali, non siano prerogative esclusive della specie umana (in base a questi criteri l’antispecismo può essere considerato anche una filosofia individualista, sensiocentrica e painista);

2) che l’esistenza di tali capacità negli Animali comporti un cambiamento essenziale del loro status etico, facendoli divenire “persone non umane”, o conferendo loro uno status equivalente qualora il concetto di persona non risultasse pienamente utilizzabile, opportuno o condivisibile;

3) che da ciò debba conseguire una trasformazione profonda dei rapporti tra persone umane e persone non umane, che prefiguri un radicale ripensamento e un conseguente cambiamento della società umana per l’ottenimento della liberazione animale.

Considerazioni

L’antispecismo è un movimento filosofico, politico e culturale, pertanto chi abbraccia la visione antispecista si adopera per la sua diffusione nella società. L’antispecista si propone di assumere atteggiamenti e comportamenti tali da poter influenzare la società umana (visione politica dell’antispecismo), e quindi si attiva tramite iniziative culturali, sociali e personali per il raggiungimento di uno scopo ultimo: la creazione di una nuova società umana più giusta, solidale, orizzontale, libera e compassionevole che potremmo definire aspecista (senza distinzioni e discriminazioni di specie) o, meglio ancora, società umana libera. L’attivista antispecista non può quindi considerarsi apolitico, anzi rivendica un suo ruolo politico nella società, in quanto l’azione politica è uno degli esercizi fondamentali dell’antispecismo utili al cambiamento socio‐culturale. L’antispecismo si oppone allo specismo inteso come pensiero unico dominante nell’attuale società umana concepita come verticale e gerarchica, basata sulla legge del “diritto” del più forte e sulla repressione del più debole, orientata alla difesa dell’interesse personale e del patrimonio, a discapito dei diritti, dell’uguaglianza e della solidarietà nei confronti dei più deboli tra gli Animali e gli Umani. L’antispecismo, pertanto, non è un movimento che intende semplicemente riformare la società umana, ma si prefigge come obiettivo quello di cambiarla radicalmente, eliminandone le spinte discriminatorie, liberticide, violente nei confronti dei più deboli, antidemocratiche, autoritarie e antropocentriche. In una sola parola: rivoluzionandola attraverso l’abbattimento dell’ideologia del dominio che la contraddistingue.

Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla presunzione dell’esistenza di razze umane, e l’antisessismo respinge la discriminazione basata sul sesso, l’antispecismo respinge quella basata sul concetto di specie.

Le radici culturali, morali, filosofiche e politiche dell’antispecismo sono una naturale evoluzione delle lotte sociali per l’affrancamento dei più deboli tra gli Umani e il riconoscimento dei loro diritti fondamentali (pur presentando singolarità molto importanti che lo distinguono da qualsiasi altra lotta sociale, politica e culturale). L’antispecista, pertanto, non solo si batte per l’eliminazione delle discriminazioni dovute alle fittizie e strumentali barriere di specie innalzate dall’Umano per sottrarsi ai suoi doveri nei confronti della natura e delle altre specie, ma assume come elementi base il riconoscimento dei pieni diritti dell’Umano a prescindere da sesso, orientamento sessuale, condizioni fisiche e mentali, ceto, etnia, nazionalità etc. L’antispecismo deve essere considerato quindi una naturale evoluzione (e non una derivazione) del pensiero antirazzista, anti sessista, antimilitarista e, pertanto, si trova in assoluta antitesi con visioni xenofobe, discriminatorie e, più in generale, con il fascismo, l’autoritarismo, e i totalitarismi di qualunque orientamento politico o natura, in quanto fautori dell’ideologia del dominio, dell’oppressione e della repressione. L’ottica antispecista pur essendo mutuata anche da quella della lotta per i diritti civili umani, presenta peculiarità e caratteristiche diverse e sostanziali: essa, infatti, non prevede concessioni ad altri (allargamento della sfera dei diritti, o della sfera morale, della polis), ma richiama al controllo delle attività proprie e della propria specie sulla base di principi di equità, giustizia e solidarietà nei riguardi degli altri Animali (ripensamento delle attività della specie umana in base ai doveri nei confronti delle altre specie viventi non più considerate inferiori, ma semplicemente altre: persone non umane, e pertanto popolazioni di persone non umane). L’apertura all’altro, il riconoscimento dell’alterità comporta quindi che l’azione antispecista si ponga come obiettivo in primis quello della tutela degli interessi degli Animali (in quanto soggetti privati di diritti elementari e naturali e di status privilegiati) e, nel contempo, il pieno riconoscimento dei diritti dei più deboli e svantaggiati tra gli Umani. L’attivista antispecista è moralmente tenuto a impegnarsi nel quotidiano contro ogni tipo di ingiustizia e di prevaricazione nei confronti dei più deboli o svantaggiati, siano essi Umani o Animali. Le attenzioni verso gli Umani, verso l’ambiente e la Terra sono da considerar si parte integrante della lotta per la liberazione degli Animali, e viceversa. L’antispecismo quindi non può essere considerato abolizionista: non si avanzano richieste di modifiche di leggi, norme e regolamenti, bensì si aspira alla liberazione animale nella sua accezione più ampia del termine. L’attivista antispecista pone molta importanza alla pratica personale e alla coerenza; conseguenza diretta di ciò è il tentativo di applicare i principi antispecisti alla propria vita quotidiana, soprattutto attraverso la pratica del veganismo etico, del consumo critico (inteso come metodo utile all’allontanamento definitivo dal consumismo), del boicottaggio, riciclo, riuso e riutilizzo di merci beni e servizi, nonché di tutte le altre pratiche utili al raggiungimento del minor impatto possibile sulle altre specie animali, sulla propria e sull’ambiente.

La pratica del veganismo etico è da considerarsi come un fondamentale mezzo per il raggiungimento del fine ultimo dell’antispecismo: una nuova società umana liberata e aspecista capace di rispettare e di vivere in armonia con le altre specie viventi.

La pratica vegana etica quindi non è né un fine, né uno stile di vita da seguire, bensì una filosofia di vita che interessa e permea ogni attività quotidiana di chi la adotta, giungendo a modificare ogni rapporto sociale. Il raggiungimento di una società umana liberata sarà ottenibile solo attraverso la lotta per la liberazione. Ogni visione riformista, conservatrice, gerarchica, reazionaria, repressiva o tesa alla tutela della conservazione dello stato di fatto attuale della società umana basata sui privilegi dell’antropocentrismo, è da ritenersi aliena e antitetica alla visione antispecista. Ogni dottrina, filosofia, politica, religione, ideologia fondata sullo specismo e l’antropocentrismo è rifiutata e combattuta dalla nuova visione antispecista. Il termine vegan, contrazione del vocabolo veg(etari)an che a sua volta deriva dal latino vegetus (vivo) fu coniato in Inghilterra da Donald Watson che, insieme a un gruppo di vegan, fondò la Vegan Society a Londra nel novembre del 1944. Il termine sta a indicare coloro che cercano di escludere tutte le forme di sfruttamento e crudeltà sugli Animali.

In altre parole, chi è vegan non solo non mangia né carne né pesce, ma neppure latticini, uova e miele; non indossa capi in pelle, lana, seta o pelliccia; non compra animali, non partecipa ad attività che contribuiscono a sfruttare gli animali, respinge tutte le pratiche umane che prevedono sfruttamento, tortura e/o uccisione di animali quali zoo, circhi, vivisezione, caccia, pesca, feste e corse con animali, etc.

 

Altre definizioni utili

 Antropocentrismo

L’antropocentrismo (termine che deriva dal greco άνθρωπος, anthropos, “essere umano”, κέντρον, kentron, “centro”) è la tendenza – che può essere derivazione di una teoria, di una religione o di una semplice opinione – a considerare l’Umano, e tutto ciò che gli è proprio, come centrale nell’Universo. Una centralità che può essere intesa secondo diversi accenti e sfumature: dalla semplice superiorità rispetto al resto del mondo animale alla preminenza ontologica su tutta la realtà.

Specismo

Lo specismo è una filosofia antropocentrica nella concezione degli Animali. Il termine fu usato per la prima volta dallo psicologo inglese Richard Ryder nel 1970 per riferirsi alla convinzione che gli Umani godano di uno status morale superiore (e quindi di maggiori diritti) rispetto agli altri Animali. L’intento di Ryder consisteva nell’evidenziare le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le argomentazioni filosofiche per condannare queste due posizioni sono affini. Il termine specismo viene usato comunemente nella letteratura sui diritti animali (per esempio nelle opere di Peter Singer e Tom Regan). Fra le varie giustificazioni addotte a difesa dello specismo le più comuni vertono sui seguenti fondamenti:

‐ la replica dei meccanismi naturali di lotta fra specie (legge della giungla, catena alimentare etc.);

‐ la concezione di diritto attribuibile soltanto a un Umanoraziocinante;

‐ la non consapevolezza di tutti gli Animali della propria esistenza.

In modo del tutto arbitrario, però, lo status morale superiore umano viene esteso anche agli Umani che rientrerebbero in alcune delle categorie sopra citate (o, al contrario, agli Umani che mancano degli attributi di volta in volta strumentalmente utilizzati per giustificare, in positivo, quel particolare status) ma tutelati in quanto appartenenti alla specie umana (per esempio neonati, handicappati mentali, malati in coma). Per i motivi di cui sopra, gli antispecisti ritengono che la morale comune, le istituzioni locali, nazionali, internazionali e sovranazionali, siano contraddistinte da una filosofiaspecista.

 Su specismo e lotta antispecista

È un’idea profondamente radicata che l’Umano possa disporre a proprio piacimento di ogni altro essere vivente. Da tempo, però, è in atto una lotta affinché gli interessi primari degli Umani e degli Animali vengano posti sullo stesso piano in nome di un ideale di uguaglianza tra le specie. Coloro che si oppongono alle teorie e alle pratiche che riconoscono esclusivamente gli interessi dell’Umano, definiscono specismo l’atteggiamento di pregiudiziale negazione o disattenzione degli interessi degli altri Animali. Le persone che lottano per l’abbattimento del pregiudizio antropocentrico e per un mondo in cui i rapporti tra le specie possano essere liberi e ispirati a principi di uguaglianza e solidarietà si definiscono perciò antispecisti. Il concetto di “specismo”, elaborato esplicitamente verso la fine degli anni Sessanta nell’ambito della filosofia morale anglosassone, è però il risultato di una lunga storia: ha alle spalle generazioni di animalisti che hanno cercato, a partire da tradizioni e impostazioni diverse, di denunciare la violenza della specie umana verso gli Animali.

Schematizzando il più possibile, possiamo dire che nella storia occidentale si sono succedute le seguenti modalità di “difesa” dell’Animale:

1) un sentimento di amore e rispetto di singoli individui (per es. Porfirio, Leonardo, Schweitzer) per gli Animali;

2) un movimento zoofilo/protezionista che, a partire dall’Ottocento, ha coltivato un interesse morale nei confronti degli Animali come “estensione” dei diritti umani (ad es. la Society for the Prevention of Cruelty to Animals, o Henry Stephens Sault che coniò il termine Animal Rights e si occupò di antivivisezionismo e vegetarismo etico);

3) un movimento liberazionista che dagli anni Settanta ha teorizzato (Richard Ryder, Peter Singer, Tom Regan) e messo in pratica (A.L.F. – Animal Liberation Front) una visione di radicale liberazione dell’Animale dal dominio umano staccandosi definitivamente da concetti legati alla zoofilia e al protezionismo animalista.

La lotta antispecista, che non condanna l’Umano come essere intrinsecamente e del tutto “malvagio” e “innaturale” (cioè negativo, da cancellare etc.), muove da due presupposti: che la società umana non sia (A) per natura e (B) necessariamente una società gerarchica e oppressiva del vivente.

Il presupposto (A) ci spinge quindi a cercare di comprendere quando e come la società umana diventa specista e ciò può essere fatto tramite un’analisi storica dei rapporti tra società umana e natura. Il presupposto (B) ci permette di sostenere la possibilità di un cambiamento futuro della società umana ed elaborare una prassi in grado di porre in essere tale cambiamento.

Lo specismo non va inteso riduttivamente come visione discriminatoria, poiché esso è anche e soprattutto una prassi di dominio. In tal senso è importante definire il concetto di dominio per comprendere, come si diceva in precedenza, quando la società umana diventa, di fatto, specista. Definiamo sfruttamento il controllo (totale o parziale) del ciclo biologico di un altro essere vivente tale che questi perda la propria autonomia e venga così ridotto a risorsa. Laddove lo sfruttamento si esercita su un altro essere senziente come negazione di ogni possibilità di rapporto e come riduzione (o cancellazione) dell’identità dell’altro, parliamo di dominio. Da questo punto di vista, vanno considerate “materialmente” speciste, le società umane che praticano l’addomesticamento della vita non umana in ogni sua forma e, pertanto, tutta la storia della civiltà, fondata sull’allevamento e l’agricoltura. Ma anche lo specismo come visione discriminatoria – o ideologia – sorge con la civiltà, con la costruzione di religioni antropocentriche e spiritualiste4, in cui l’Umano è posto come signore della natura in una posizione di privilegio ontologico e assiologico. La storia della civiltà ci mostra, infatti, come lo specismo non sia solo una forma di discriminazione “analoga” al sessismo e al razzismo. Benché lo specismo non sia stato l’unica causa di tali sviluppi sociali, è certo però che senza lo sfruttamento materiale della natura non sarebbe stato possibile creare il differenziale di ricchezza sociale ed economica che è alla base delle società classiste, sessiste e belliciste e, dunque, dell’intera civiltà. Così com’è certo che, senza la riduzione dell’Animale a natura “inferiore”, non sarebbe stato possibile realizzare i meccanismi ideologici che riducono la donna, lo straniero o il “diverso” a esseri privi di “spirito”, dunque mera “natura”, quasi “animali”. Le oppressioni di specie, di genere, di classe e razziali appaiono così strutturalmente connesse: la società umana stessa è tenuta insieme e definita da tali rapporti di esclusione e sfruttamento dell’altro e questo altro è regolarmente l’oggetto di una prassi di sfruttamento di cui solo alcuni beneficiano. Si comprende dunque come la lotta contro lo sfruttamento animale miri a eliminare il tassello fondamentale su cui è costruita tutta la civiltà del dominio. Non è perciò un caso il fatto che il movimento di liberazione animale in tutto il mondo abbia cominciato a maturare una consapevolezza he lo spinge ad allargare sempre più il campo etico in cui s’inscrive l’originario dibattito storico sullo specismo (benché esso abbia trovato qui le armi logi che per diffondere le proprie idee e difendersi dalle obiezioni più comuni). La cultura anarchica si è avvicinata per prima al concetto di specismo, intendendolo non come un termine tecnico da impiegarsi in schermaglie filosofiche bensì come concetto critico che mira a un cambiamento radicale delle società umane nella loro interezza. Tale consapevolezza non è però patrimonio esclusivo di alcune frange del movimento anarchico o di qualsiasi altro movimento sociale, politico o culturale anche se rivoluzionario, e in essi non deve essere identificato. L’antispecismo si pone come movimento filosofico e politico assolutamente indipendente, slegato da logiche, pratiche e politiche pregresse, che rifiuta fermamente l’uso della violenza contro ogni vivente (Umano compreso) come metodo di lotta, e che è capace di ispirare una prassi di trasformazione radicale dell’esistente: un movimento che, nel momento in cui rivoluziona i rapporti interspecifici, non può non trasformare anche i rapporti intraspecifici.

 Rapporti tra individui

Una nuova società umana liberata potrà sussistere solo se saremo capaci di concepire un nuovo tipo di rapporto (individuale), finalmente paritario e solidale, con le altre società di senzienti e, più in generale, di viventi. Saranno quindi necessari nuovi strumenti per regolare i complessi e continui rapporti tra individui (siano essi Umani o no); per tale motivo si propone l’adozione di cinque principi utili alla creazione di nuovi criteri comportamentali basati su una reale e ampia imparzialità, intra e interspecifica, derivante da concetti di rispetto, solidarietà, empatia e compassione. Concetti, questi, da applicarsi tanto nei rapporti Umano‐Animale quanto in quelli tra Umani.

I cinque principi sono mutuati da una proposta del filosofo Paul W. Taylor e, se interpretati in chiave antispecista, potrebbero divenire un semplice ed efficace modello relazionale anche nell’immediato:

1) principio di autodifesa: è legittimo reagire solo ed esclusivamente se attaccati per proteggere la propria incolumità. Un atto di violenza può quindi essere concepito solo come estrema soluzione per difendere la propria vita;

2) principio della proporzionalità: in qualsiasi rapporto intra e interspecifico prevalgono sempre e solo gli interessi fondamentali sugli interessi non fondamentali a prescindere dalla specie animale di appartenenza;

3) principio del minimo danno: qualora non si possa evitare in alcun modo di fare una scelta, essa deve attuarsi cercando il minimo impatto sull’altro soggetto e in generale sulle altre specie animali;

4) principio della giustizia distributiva: da utilizzare qualora i primi tre principi non fossero assolutamente applicabili. In caso di parità d’importanza di interessi tra individui o tra specie coinvolte, si deve agire per il bene della comunità di viventi terrestri, per la collettività, in modo imparziale e altruistico. Quindi, in caso di uguale peso degli interessi di una parte prevale il bene comune;

5) principio della giustizia restitutiva: qualora fosse assolutamente inevitabile arrecare un danno a un individuo o a un’altra specie per soddisfare un’esigenza fondamentale, tale individuo o specie ha diritto a un risarcimento in modo da riparare al danno arrecato.

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 note

(1) Il concetto di uguaglianza è qui lasciato volutamente insenso generico, essendo profondamente diverso il significato e la giustificazione che i protagonisti di questa lotta danno a tale concetto (uguaglianza “di interessi”, uguaglianza “giuridica”, uguaglianza “politica” etc.).

(2) Essi denunciano altresì uno specismo di secondo livello che consiste nel concedere ad alcuni Animali il privilegio di entrare in parte o in toto nell’ambito della considerazione morale umana. È il caso, per esempio, degli Animali “da compagnia”, il cui benessere è salvaguardato indirettamente perché considerato moralmente rilevante dai loro affidatari Umani e delle Scimmie antropomorfe, che si vedono talvolta riconosciuto uno status morale in virtù della somiglianza psichica con la specie umana.

(3) Il pensiero orientale ha conosciuto filosofie e religioni (lo Jainismo per esempio) che non ammettevano né predicavano una differenza assiologica radicale tra l’Umano e gli Animali, muovendosi anzi in un orizzonte di compassione verso questi ultimi. Per tale motivo, tali tradizioni vengono oggi in parte riprese da alcuni antispecisti occidentali come possibili riferimenti di pensiero aspecista.

(4) Per quanto indubbiamente caratterizzate anch’esse da crudeltà sia in senso inter che intraspecifico, non è possibile caratterizzare come società inequivocabilmente speciste, né in senso materiale né ideologico, le società di raccolta e caccia con la loro visione animistica del vivente. E’ possibile comunque considerare che lo fossero potenzialmente.

(5) Il fine dell’azione antispecista non può essere l’isolazionismo o l’estinzionismo umani, ma il ripristino e lo sviluppo di rapporti tra le specie fondati sulla reciproca autonomia e libertà.

(6) Per interessi fondamentali si intendono quegli interessi lacui realizzazione è da ritenersi indispensabile per il mantenimento in vita di un organismo vivente, quindi da intendersi come valori primari e irrinunciabili. Per interessi non fondamentali s’intendono quegli interessi che sono necessari per il soddisfacimento di determinati sistemi di valori, o per esigenze specie‐specifiche che non sono da considerarsi vitali e non intaccano l’esistenza dell’individuo o della specie.

 Precisazioni su alcuni termini usati

Umano/i”: non s‘intende utilizzare il sostantivo maschile “uomo” in quanto termine carico di significati filosofici e culturali che volutamente pongono la specie umana al di sopra delle altre specie animali, e che hanno un preciso riferimento a una visione patriarcale e maschilista della società umana.

Animale/i“: si utilizza tale sostantivo per facilitare la leggibilità del testo. Il termine “Animali” in realtà è da intendersi sostitutivo di “Animali non Umani”, o “altri Animali”, o “Non Umani”, in sintesi tutte le specie animali diverse da quella umana. Si riconosce a tale termine una valenza assolutamente positiva dell’Animalità e si utilizza la “a” iniziale maiuscola per sottolineare la dignità intrinseca e pari a quella umana di ogni Animale diverso dall’Umano.

Cane, Maiale, ecc”: si utilizzano tali sostantivi con l’iniziale maiuscola per conferire pari dignità tra le diverse specie animali.

CARNE EQUALS MORTE STRISCIONE

Ogni volta che vedi un uccello in gabbia, un pesce in una vasca o un mammifero non-umano alla catena stai vedendo lo specismo. Se credi che un’ape o una rana abbiano meno diritto alla vita e alla libertà di uno scimpanzé o di un umano o se consideri gli umani superiori agli altri animali, stai approvando lo specismo. Se visiti le acquaprigioni o gli zoo, frequenti circhi che offrono “numeri con gli animali”, indossi pelle o pelo di non-umano, mangi carne, uova, latticini, stai mettendo in pratica lo specismo. Se ti batti per la macellazione più “umana” dei polli o per una prigionia meno crudele dei maiali, stai perpetuando lo specismo. Ma che cos’è esattamente lo specismo? Nel 1970 lo psicologo Richard Ryder coniò il termine specismo in un opuscolo così intitolato. Benché non definisse esplicitamente il termine, indicò che gli specisti tracciano una netta distinzione morale tra gli umani e gli altri animali. Essi non riescono a “estendere l’interesse per i diritti elementari agli animali non-umani”. Con la pubblicazione di Liberazione animale nel 1975, il filosofo Peter Singer portò il concetto di specismo all’attenzione generale. Definì lo specismo http://www.oltrelaspecie.org/v4_singer.htm

 tratto dalla prefazione del libro di J. Dunayer, Speciesism, Ryce Publishing, 2004 vedi anche intervista qui: http://asinusnovus.wordpress.com/2012/02/17/definire-lo-specismo-joan-dunayer/

commenti
  1. L’ha ribloggato su associazione d'idee onluse ha commentato:

    IN UN MOMENTO DI MAGGIORE ATTENZIONE ALLA FILOSOFIA VEGAN E ALL’IDEA ANTISPECISTA PROMOSSA DA CAMPAGNE PUBBLICITARIE MIRATE, A GROSSETO COME ALTROVE, A SMUOVERE LE COSCIENZE, TROVIAMO CONGRUA LA RIPROPOSIZIONE DEL “MANIFESTO ANTISPECISTA” COSì DA FAVORIRE UNA DIVULGAZIONE PIU’ CAPILLARE DEI SUOI CONTENUTI, COSì DA COMPIERE UNA AZIONE DI DIFFUSIONE DEI VALORI E DEI PRINCIPI CHE DISTINGUONO TALE PENSIERO. NOI PUNTIAMO AD UNA SOCIETA’ LIBERA DALLO SPECISMO CHE CONTAMINA CON IL PARADIGMA DEL “DOMINIO” LE RELAZIONI INTRA E INTER – SPECIFICHE, CHE CI RENDE INSIEME CARNEFICI E VITTIME DELL’IDEOLOGIA NELL’ESERCIZIO RECIPROCO DI AGITI VIOLENTI E DISCRIMINANTI GLI UNI CONTRO GLI ALTRI. PER NOI IL VEGANISMO NON E’ UNO STILE DI VITA, PER NOI IL VEGANISMO E’ UNO STRUMENTO PER EDIFICARE UNA SOCIETà MIGLIORE E LIBERATA DALLA COERCIZIONE DEL FORTE SUL DEBOLE, LIBERATA DALL’OPPRESSIONE SU COLORO I QUALI NON POSSONO DIFENDERSI, CHE SIANO ESSI PERSONE UMANE O NON UMANE.

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  2. […] della pubblicazione MANIFESTO ANTISPECISTA  https://associazionedideeonlus.wordpress.com/2012/09/14/proposte-per-un-manifesto-antispecista/ e CENA VEGAN, a GROSSETO, in Via Austria, presso gli impianti sportivi in zona 167 Nord. Questo è […]

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  3. […] Oggi a Grosseto in Piazza Dante si è tenuta una manifestazione di sdegno alle dichiarazioni rilasciate alla stampa da due personaggi pubblici locali, un veterinario della ASL e un funzionario della provincia, i quali con le loro dichiarazioni dei giorni scorsi avevano sostenuto l'ipotesi di attuare un programma di eutanasia per "risolvere" il problema del mantenimento dei cani rinchiusi nel canile, in particolare per abbattere le spese di gestione di questa struttura e per mettere in discussione le norme vigenti che invece garantiscono a questi ultimi il soggiorno in quel luogo tanto a lungo quanto è necessario per la loro adozione http://qn.quotidiano.net/lifestyle/2013/12/31/1003691-animali-grosseto-lav.shtml Tra coloro i quali si sono mobilitati partecipando all'iniziativa, apprendiamo da alcuni post sui vari Social Network, vi è una fitta schiera di persone che si definiscono "amanti degli animali" e che al tempo stesso dichiarano di "amare la carne", insomma, persone che adottano due pesi e due misure a seconda del soggetto animale che si trovano davanti, uno, il cane, un amico da coccolare e da "proteggere", da portarsi a casa e in giro al guinzaglio, l'altro, o meglio TUTTI gli altri, in particolare, gli sfortunati individui ai quali viene attribuito un valore di tipo utilitaristico, da allevare, da segregare, da macellare per finire come cibo prelibato nei loro piatti. http://www.nemesianimale.net/sfruttamento-animale/diventa-vegan/orrore-dei-macelli/ L’incongruenza della visione di coloro i quali sostengono pubblicamente idee connotate da una benevolenza incondizionata verso una specie per poi distinguerne altre ci sembra palesemente indifendibile. Costoro, sostenendo coi loro acquisti e con le loro abitudini a tavola i programmi di sterminio dell’industria alimentare la quale annienta nel mondo almeno 50 miliardi di animali “da reddito” ogni anno sono la quintessenza dell’ipocrisia e la cruccia sulla quale si posa l’attuale status quo. http://laverabestia.org/ La miopia e l’approssimazione culturale che denota tali persone è soltanto l’altra faccia nella stessa medaglia dei due personaggi i quali, per guadagnarsi qualche articolo sui giornali, hanno rilasciato quelle scellerate affermazioni sull’improbabile uccisione dei cani detenuti presso il canile municipale. Diciamo “improbabile” in quanto esistono delle leggi che ne impedirebbero l’attuazione comunque la pensino lor signori, nella maggioranza dei casi qua da noi i cani sono tutto sommato fatti oggetto di attenzioni a differenza di altre parti nel mondo dove invece sono considerati tradizionalmente carne da macello. http://youtu.be/DcEJfACChD8 Noi riteniamo che ci si dovrebbe battere al contempo per ridurre il fenomeno degli abbandoni, per eradicare la vendita di animali, per far chiudere gli allevamenti che lucrano sulla sofferenza di individui, di ogni specie, fatti nascere soltanto per procurare un piacere fittizio all’Uomo padrone. Noi riteniamo che la presunzione che la specie umana possa disporre della vita di QUALSIASI individuo senziente sia non soltanto un abbaglio antropologico, ma un crimine, è per questo che siamo per la Liberazione piuttosto che per la Protezione degli altri animali. Il concetto di Protezione, quello di Tutela hanno una decisa matrice antropocentrica, sarebbe un errore oltre che una perdita di tempo far avanzare, nella sfera dei diritti e dello status morale, la considerazione che si mantiene verso una determinata specie alle spese di quella, altrettanto urgente, verso tutte le altre. Un tacchino, un maiale, un vitello, un cavallo non sono diversi dal vostro cane, dal vostro gatto verso i quali nutrite giustamente sentimenti di amore e di affezione https://associazionedideeonlus.wordpress.com/2013/12/29/qualuno-non-qualcosa/ Allora, cari grossetano indignati, ricordatevi di questo quando vi sederete a tavola davanti al pezzo sanguinolento di un corpo dei suddetti altri animali e chiedetevi se davvero la loro vita e la terribile crudeltà adoperata, per conto vostro, nei loro confronti durante una miserabile, breve esistenza non sia anch’esso motivo sufficiente per prendere coscienza in rispetto alle  scelte personali da attuare ogni giorno per poi, eventualmente, scendere in piazza e battersi per la loro liberazione dal giogo umano. Non è mai troppo tardi per aprire gli occhi di fronte alla realtà. https://associazionedideeonlus.wordpress.com/2012/09/14/proposte-per-un-manifesto-antispecista/ […]

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